A Roma Tiburtina, fra le persone migranti e rifugiate

Il 27 giugno 2015, per la prima volta in vita mia, sono entrata in un campo di prima accoglienza per le persone migranti e rifugiate. In quei mesi, il flusso migratorio era stato così ingente, che Roma, così come Milano, si trovavano a dover fronteggiare una crisi, incapaci di gestire e concretamente aiutare uomini, donne e bambini, in transito in Italia, che scappavano dalla guerra e dalla povertà. Vedendo quanto stesse accadendo, decisi di dare una mano come “volontaria indipendente” alla Croce Rossa per dare il mio piccolo contributo e dare una mano a chi era in difficoltà.
Il testo che riporto di seguito è quello che ho scritto quella mia prima volta in un campo di prima accoglienza per i migranti e rifugiati. Quel giorno non potevo minimamente immaginare che solo cinque mesi dopo mi sarei ritrovata a Lesbo fra i bambini rifugiati e migranti a vivere, grazie a Save The Children, una delle esperienze umanitarie più forti e importanti della mia vita.
«Torno adesso a casa, dopo una mattina passata al campo migranti e rifugiati della Croce Rossa che si trova a Roma, vicino alla Stazione Tiburtina, e cerco di mettere ordine nei pensieri e soprattutto di sedare il tumulto di emozioni in cui mi trovo.
Sono impolverata da capo a piedi, come quando da bambina giocavo all’aria aperta. Oggi però questa polvere non porta con sé la gioia e la spensieratezza dei giochi, è carica di dolore, paura, incertezza: ho visto visi segnati dalla sofferenza, incrociato sguardi smarriti. Ho percepito uomini con caratteri forti, costretti a mettere da parte la loro fierezza, a piegarsi e ad accettare che una piccola borghese, con velleità umanitarie porgesse loro un bicchiere di latte o una marmellata.

Non c’è scelta a volte. Bisogna scappare per sopravvivere e dare un futuro ai propri figli. Ho visto un padre, che, con amore, porgeva la colazione alla sua piccola ed in quel gesto ho rivisto il mio papà, che, se fossimo stati lì, nella loro condizione, sono sicura, avrebbe attraversato anche lui il mare per dare una possibilità alle mie sorelle e a me. Del resto è quello che ha fatto da quando siamo nate. Non è scappato dalla povertà e dalla guerra, certo!, ma ha cambiato varie città per farci crescere in ambienti sani e sempre migliori, mettendo al primo posto noi.
Non ho visto mostri, ho visto genitori e figli, giovani uomini e donne con negli occhi malinconia e speranza, pronti a dirti grazie per un biscotto e ad aiutare a riassettare. Ho sentito tutti parlare perfettamente inglese, mentre noi biascicavamo qualche parola confusa. Ho visto persone, alla mercé di logiche socio-politiche più grandi di noi, che hanno deciso di darsi l’opportunità di essere felici e vivere normalmente.
In fondo non è quello che tentiamo di fare anche noi?»