“L’amore di un genitore è più forte della guerra”

Questa mattina, sulla mia bacheca FB è comparsa l’immagine di un adulto che, sorridente, faceva fare il bagno in una vasca a due bambini, i quali, allegri e gioiosi, giocavano con la schiuma del sapone e con l’acqua.

Intorno a loro solo macerie, distruzione, rovine, devastazione.

La foto era accompagnata dalla seguente didascalia, scritta da chi l’aveva postata, Antonio Deruda: “Non riesco a smettere di guardarla. Non importa dove sia stata scattata. Potrebbe essere ovunque. Siria, Iraq, Palestina. Qualsiasi luogo in cui l’amore di un genitore è più forte della guerra.”

La scena ha, ovviamente, colpito anche me e ha fatto riaffiorare i ricordi dei genitori in fuga con i loro figli dalla guerra e dalla violenza, incontrati nei campi di prima accoglienza.
Nei campi – Roma Tiburtina, Lesbo, Baobab – ho potuto, infatti, vedere e toccare con mano l’immenso amore di un genitore, e ho capito cosa voglia dire fare di tutto per un figlio.

Ricordo sempre la conversazione avuta con mio padre, quando tornai a casa, dopo essere stata per la prima volta al campo di Tiburtina:
“Papà, tu cosa faresti per salvare Donatella, Francesca e me?”
“Di tutto, Carmen. Di tutto.”
“Anche attraversare il mare a nuoto?”
“Certo! Senza ombra di dubbio.”
“Papà, oggi ho visto un padre che si avvicinava al tavolo a prendere la colazione per la sua piccola. Ho rivisto te e mamma, tutte le volte che ci preparate da mangiare o fate qualcosa per noi.”

Ho sempre rivisto, infatti, nei gesti dei genitori conosciuti nei campi di prima accoglienza, quelli dei miei e, per la prima volta, ho compreso mio padre e mia madre. Ho capito i loro sacrifici per dare alle mie sorelle e a me un futuro migliore, il loro ostinato amore, il loro fare di tutto per noi, ancora oggi che non siamo più bambine e, diciamolo, nemmeno adolescenti. Esattamente come fanno tutti i genitori, che con i figli scappano da guerra, povertà e violenza, per dare loro un futuro. Solo per garantirgli una speranza di vita.

Ho visto una madre che, appena toccata la terra ferma, ha baciato sulla testa i suoi due bambini e ha alzato gli occhi al cielo per ringraziare Dio.
Ho visto genitori che arrivano stremati, con i muscoli e i nervi in tensione, perché durante la traversata in mare stringono forte i piccoli per evitare che l’esuberanza e la curiosità portino i bambini a cadere in acqua.
Ho sentito storie di genitori che, rimasti bloccati in Libano, per mancanza di soldi, hanno fatto partire il figlio adolescente perché “Tu devi avere un futuro. Di pace. Devi avere la possibilità di realizzare i tuoi sogni e i tuoi progetti.”
Ho visto un padre con in braccio un bambino di circa 5 anni che ha la sindrome di down e ho rivisto i miei zii, genitori di una meravigliosa ventiquattrenne che ha tale sindrome, e i loro sforzi per darle la vita che merita.
Ho visto genitori che disegnano, seduti a terra, con i bambini e ridono insieme a loro, regalando un momento di leggerezza e spensieratezza, dopo il lungo peregrinare, lontani dalla guerra, più vicini a una vita, si spera, normale.
Ho visto genitori che imboccano i pargoletti ed evitano di mangiare per conservare il cibo per i piccoli perché “dopo, chissà se avremo dell’altro cibo?!”.
Ho visto nei loro gesti tutti i genitori che conosco, i miei soprattutto, e il loro amore.

prendersi cura(Foto scattata nel campo di prima accoglienza a Moria, Isola di Lesbo)

Mi hanno sempre detto “quando sarai genitore, capirai”, io ho avuto la fortuna di capirlo ancora prima di essere madre. L’ho capito lì, nei campi, perché ho visto un amore talmente forte e dirompente che avvolge e fa comprendere intimamente cosa significhi essere padre/madre, pur non essendolo.

Chiudo questa riflessione con un video emozionante, realizzato da un’organizzazione non governativa, capace di raccontare l’amore genitoriale.

 

Nota: la bellissima foto postata da Antonio è di Emad Samir.