“Diritto ai diritti”. L’inalienabile diritto al riconoscimento dei propri diritti

Giugno 2016. Sono le prime giornate del tipico caldo – umido romano. Con una temperatura di 28 gradi e un percepito di 40, esco, puntuale, da lavoro e mi precipito al capolinea degli autobus per andare in centro, a piazza Montecitorio. Ho un po’ di ansia perché temo di essere in ritardo. Arrivo, infatti, di corsa e mi metto di fronte a lei, che, seduta sulle scale del Parlamento, smanetta con lo smartphone.

“Amore mio, sei arrivata!” dice mia cugina mentre, con un balzo, si alza e viene ad abbracciarmi. “Come stai? Hai terminato di lavorare per oggi?” mi chiede e, subito dopo, inizia a presentarmi ai suoi amici: un’allegra combriccola di oltre 30 ragazzi che, anche se stanchi, sono ancora pieni di entusiasmo e vogliosi di confrontarsi e raccontare cosa, durante la giornata appena trascorsa, avessero visto in Parlamento e chi avessero conosciuto. Parlano di politica, di diritti, sono increduli di aver sentito dei politici in aula discutere troppo veementemente, litigare tra di loro e si chiedono quale sia il motivo del dover alzare la voce per affermare la propria idea.

Hanno tra i 22 e i 36 anni e la sindrome di Down. Provengono, insieme ai loro giovani e fantastici operatori, da 17 diverse località italiane, dalla Sicilia al Veneto, dalla Puglia alla Toscana, passando per la Calabria, il Lazio, ecc. Tra di loro anche lei, la mia “cuzzupa”, mia cugina Antonia Amelio. Sono qui perché sono stati i partecipanti del progetto “Diritto ai diritti” dell’Associazione Italiana Persone Down (AIPD), che diventerà anche un documentario, trasmesso su Rai Tre, il sei gennaio 2017. Grazie a “Diritto ai diritti” hanno compiuto, nelle loro regioni, un percorso di cittadinanza attiva per conoscere le istituzioni e i propri diritti di cittadini, e sono a Roma per concludere la formazione.

Hanno obiettivi chiari in testa e sanno cosa vogliono. Chiedono, infatti, un lavoro, non elemosina; rispetto, non sguardi pietistici. Chiedono di poter assolvere ai propri doveri, non di esserne esentati per via del loro cromosoma in più. Chiedono, con fierezza, i propri diritti, non assistenzialismo. Chiedono di essere messi alla prova, non già di essere vittime di pregiudizi.

Io li guardo, li osservo e riconosco in loro le mie stesse istanze di donna di oggi, di 34 anni, cioè la voglia di svolgere un lavoro che mi piaccia e mi dia la possibilità di essere autonoma, artefice del mio destino. In quel momento si abbattono le differenze e le distanze: siamo tutti giovani uomini e donne, alla ricerca del modo di affermare se stessi, di ritagliarsi un posto autonomo nella società, ma se già per me tutto ciò è complicato, per loro lo è ancora di più. In questo caso, infatti, non fai i conti solo con la disoccupazione, la crisi economica e del sistema valoriale della società in cui vivi, ma anche e soprattutto con i giudizi di chi, a priori, ti bolla come incapace di fare e di apportare ricchezza al contesto in cui operi e, anche e soprattutto, con un sistema legislativo che fatica a tutelarli, e a garantirne l’integrazione sociale e lavorativa.

“Diritto ai diritti” non è, quindi, un mero nome ridondante. Non è solo un progetto per “promuovere la partecipazione attiva alla vita sociale di adulti con sindrome di Down”. È soprattutto un ricordare e riaffermare che esiste il diritto supremo e inalienabile che vengano riconosciuti i propri diritti di essere umani, senza alcun tipo di discriminazione e assicurando l’uguaglianza, così come sancito dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. I diritti non sono appannaggio di pochi, ma prerogativa di tutti. Una verità che non dovremo mai dimenticare e che ci riguarda come persone e come cittadini.