Lesbo. L’arrivo di un gommone e l’Umanità

Quando sono stata in missione umanitaria nei campi migranti e rifugiati sull’Isola di Lesbo, la domenica per noi era giorno di riposo. Era quel giorno che ci serviva per staccare e ricaricare le batterie per affrontare la nuova settimana. Giovanna, una dei miei compagni, ed io facevamo, di solito, lunghe passeggiate al mare. Camminare e respirare l’aria salmastra ci aiutava a sgomberare la mente e ci permetteva di affrontare l’attività nei campi.

Domenica 29 novembre, durante la nostra consueta passeggiata, mentre eravamo intente a fare foto al profilo della Turchia che si vedeva nitidamente all’orizzonte, abbiamo notato in lontananza un puntino in movimento. Era un gommone con sopra decine di persone con il giubbino salvagente. Abbiamo alzato le braccia per segnalare la nostra posizione.

Lesbo. L’arrivo di un gommone  e l’Umanità

Il mare era leggermente agitato e la corrente in senso contrario non aiutava il gommone nella navigazione, anche perché utilizzavano dei remi per muoversi. 

Nel giro di poco tempo si sono riunite lungo la spiaggia moltissime persone, che, come Giovanna e me, indicavano il punto in cui ci trovavamo o chiamavano i soccorsi. Il gommone procedeva lentamente e spesso la corrente lo spingeva indietro di nuovo. Era angosciante rimanere in attesa, ferme, senza poter fare nulla di concreto. “Ti prego, se esisti, non permettere che si ribalti.”, era la frase che credo di aver ripetuto decine di volte, fino a quando ho visto un piccolo motoscafo agganciare l’imbarcazione e trascinarla più vicina alla riva. 

Forse ce l’avevano fatta! Il piccolo motoscafo, non potendo avvicinarsi troppo, per evitare di incagliarsi nella secca, li aveva lasciati a pochi metri da noi. 

Erano così prossimi a noi che riuscivamo a vederli e a notare che c’erano anche dei bambini piccoli. Non si muovevano. Nonostante fossero così vicini non avanzavano più. Erano bloccati. Alcuni dei tanti ragazzi e volontari accorsi si sono buttati in acqua per raggiungerli e portarli finalmente a riva. 

Lesbo. L’arrivo di un gommone  e l’Umanità

Quando sono arrivati, si è creata subito una catena umana per soccorrerli. I primi che abbiamo fatto scendere sono stati ovviamente i bambini. Io me ne sono ritrovata uno in braccio di circa quattro anni, con gli occhietti leggermente strabici, che, piangendo, ripeteva “mama, mama”. Guardando una mamma, che baciava in testa i suoi piccoli come se stesse ringraziando “Dio” di avercela fatta, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime e ho guardato Giovanna che mi ha detto: “No, Carmen. Non adesso.”.

In quei momenti così concitati non hai tempo di farti prendere dalla commozione. L’unica cosa che devi fare è soccorrere e tentare di tranquillizzare chi hai di fronte.

È stata un’esperienza forte. Mi sono ritrovata a vivere in prima persona una situazione che, fino a quel momento, avevo solo visto al telegiornale o nei video su Youtube.

Quel giorno ho visto moltissime persone – cittadini di Lesbo, cooperanti, volontari – pronte a dare una mano. Ho visto quanti colori e sfumature ha l’Umanità e compreso realmente il profondo significato del concetto latino di “Pietas”.

Leggi il diario giornaliero del viaggio a Lesbo su:

https://www.facebook.com/strange.fruit.7/media_set?set=a.10207980623614501.1073741838.1265165591&type=3