Perdersi in… Trieste

26 giugno, ore 16, treno regionale veloce,  da Venezia Santa Lucia a Trieste, via Udine.
Tre ore. Solo tre ore e sarei arrivata nella città dei miei sogni.  La città che desideravo visitare da “soli” 16 anni.
Conoscevo bene Trieste, attraverso i racconti di mio nonno e dei miei amici, grazie ai miei studi sulla sua storia per la mia tesi di laurea e alle fotografie, trovate sui libri o ricercate su Google. Molte le volte che avevo organizzato il viaggio, prenotato un b&b, comprato i biglietti del treno, ma mai ero riuscita ad andarvi.  Era come se fosse un “amore 2.0”, quelli che nascono a distanza, grazie ai social network. Gli amori che si alimentano solo attraverso continue sollecitazioni cerebrali, che si costruiscono sulle parole dette e sulle immagini visualizzate nella propria mente, su un comune sentire e sull’attesa di conoscersi. Erano tante le aspettative che avevo nutrito in 16 anni e le emozioni che provavo, su quel treno e in quel momento, erano differenti: impazienza, eccitazione, timore, voglia di conoscere il più possibile in breve tempo. Insomma, esattamente, come se fosse il primo incontro con un uomo, mai visto ma che si conosce profondamente.

Ecco perché, essendo stata a Venezia per il convegno InspiringPR, ho deciso di andare, nonostante avessi a disposizione solo la sera di domenica e la mattina di lunedì. Ero troppo vicina, circa 160 km, per non approfittarne. Ero veramente ad un passo dal realizzare un “desiderio tanto agognato”.

 

Come già accaduto a Venezia, anche il mio viaggio a Trieste è stato ricco di persone. La prima l’ho incontrata in treno. Ho, infatti, passato parte del viaggio parlando con una signora di Pordenone, di circa cinquant’anni, solare e dall’aspetto ben curato, che aveva una gran voglia di chiacchierare. Era raggiante e soddisfatta di sé, aveva appena conseguito, con il massimo dei voti, la laurea in naturopatia, con una tesi sui fiori australiani. Aveva deciso, qualche anno fa, di lasciare il suo impiego in un’azienda e si era rimessa nuovamente in gioco, ricominciando a studiare ciò che amava.
La sua gioia era contagiosa. Era la gioia di chi aveva allineato la propria vita alla propria essenza.

Perdersi in… Trieste

Salutata la signora, mi sono immersa nei miei pensieri. Guardavo fuori dal finestrino e cercavo di cogliere nel paesaggio qualche aspetto comune a quelli del sud, a cui sono abituata, e soprattutto cercavo di tenere a bada la frenesia, ripetendomi “hai aspettato tanto, cosa vuoi che siano un paio di ore?”. Mentre ero persa in queste elucubrazioni mentali, ecco il Castello di Miramare. Un tuffo al cuore. Ero arrivata. Ero proprio a Trieste.

13576582_10209771646188946_1446905189_nLa città mi ha accolta nel migliore dei modi, tanto da farmi sentire subito felice. In stazione ho trovato una mostra fotografica dal titolo “NICE CITY TRIESTE. Storie di rifugiati e di accoglienza diffusa.” Sono rimasta dinanzi a quelle fotografie incredula, in quanto faccio volontariato con le persone in fuga da guerra e violenza, cerco di divulgare umanità attraverso le storie di accoglienza e arrivavo da Venezia, dove avevo proprio affrontato il tema dell’incontro e del dialogo. Segni? Coincidenze? Sincronicità? Non lo so! So solo che sono rimasta lì, sorpresa, a guardare le bellissime foto di Massimo Tommasini, che raccontano come l’accoglienza sia concretamente realizzabile.

Uscita dalla stazione, sono andata al b&b, dove ho potuto incontrare il primo triestino. Ne ho visti pochi  di triestini e l’impressione che mi hanno dato è quella di un popolo “scontrosamente cortese”. So che è un ossimoro, ma, da quel poco che ho percepito, ho avuto la sensazione che siano profondamente gentili e accoglienti, nonostante un atteggiamento burbero e talvolta scontroso. Credo che siano un popolo legato ai gesti concreti e reali piuttosto che alla forma. Non vi è affettazione in loro, facendo un esempio sono degli ospiti che non ti chiedono se hai fame, ma ti fanno trovare, magari mugugnando, la tavola imbandita e dinanzi al tuo grazie nemmeno rispondono. Non hanno bisogno di convenevoli. Non li fanno e non li vogliono. Ovviamente non ho la pretesa di poter aver colto le peculiarità di un popolo complesso e sfaccettato, ma queste sono le caratteristiche che ho riscontrato nelle persone incontrate.

Nemmeno il tempo di fare il check – in e di “buttare” lo zaino in camera, che ero già per le strade di Trieste, pronta ad immergermi nella città, perdendomi in essa.  L’oste mi aveva dato una mappa, che ho riposto in borsa e mai consultato. Se l’avessi utilizzata, non sarebbe stato possibile perdermi e lasciarmi guidare dall’istinto e dai particolari. Mi sono, quindi, subito diretta, su consiglio di una mia amica triestina, al molo Audace per godere del tramonto sull’Adriatico, e soprattutto per ammirare piazza dell’Unità d’Italia dal mare.

Lungo il molo c’erano moltissime persone che riposavano, dopo un’afosa giornata estiva. C’erano alcuni  turisti stranieri, famiglie, bambini che allegramente giocavano, persone che passeggiavano con il loro cane, gruppi di amici e, poi c’erano anche loro, le coppiette. Immancabili in uno scenario così romantico.
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Quando vado in giro, mi capita spesso che ci sia qualcuno che catturi maggiormente l’attenzione e che, quasi furtivamente, osservo più degli altri. Sul molo Audace la mia attenzione era rivolta agli innamorati, soprattutto ad una coppia di ragazze, che con discrezione si scambiava tenere effusioni. Sono rimasta colpita in quanto mi sorprende sempre la capacità di isolarsi dal contesto che hanno coloro che si amano, il loro essere fisicamente in un luogo, ma con l’anima lontani, il modo di creare intorno a sé una sorta di bolla che li separi dal resto, il perdersi, pur rimanendo fermi, il viversi profondamente in qualsiasi luogo essi siano. È questo che accade agli innamorati. È questo che ho visto sul molo audace, in ogni coppietta incontrata.

Arrivata in fondo al molo, mi sono seduta ad attendere che tramontasse. Purtroppo era nuvoloso e non ho potuto godere pienamente di quello che è definito uno dei tramonti più belli d’Italia, ma i raggi solari che filtravano tra le nuvole mi hanno regalato suggestive screziature che si riverberavano sulle acque dell’Alto Adriatico.
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Ho proseguito il mio viaggio, camminando per la città vecchia di Trieste, descritta e tanto amata da Umberto Saba, per poi concludere la serata sulla riva del mare, di nuovo, dinanzi a Piazza dell’Unità d’Italia.

 

Perdersi in… Trieste

Lì, le nuvole mi hanno regalato un bellissimo cuore sul Golfo di Trieste (spesso vedo cuori, tanto da aver realizzato qui, sul blog, la gallery #VedoCuori) e soprattutto ho potuto osservare un gruppo di persone che imparavano a ballare.

Ritornando in albergo, dinanzi al Teatro Lirico Giuseppe Verdi, ho incontrato una donna, di non più di 40 anni, che vagava, meditabonda. Parlava, dimenava le braccia e ogni tanto si fermava, come a voler interrompere il flusso dei pensieri. In quella piazza, c’ero io e c’erano altre persone, ma a lei non importava. Le sono passata accanto e le ho sorriso, ma la sua mente era altrove. Chissà dove!
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L’indomani mattina, mi sono svegliata presto. Non potevo sprecare il poco tempo a mia disposizione. Avevo il treno alle 13.15 e dovevo andare a visitare il Castello di Miramare, che dal centro, dove mi trovavo, dista una ventina di minuti di bus, più un bel pezzo di strada a piedi.

Perdersi in… Trieste

Mentre camminavo sul lungomare, sono rimasta molto sconvolta dal fatto che non vi era spiaggia e che i triestini, nei pressi del Castello di Miramare, prendano il sole praticamente sul marciapiede. Per me, calabrese, abituata a km di spiaggia bianca, fine e a qualche scoglio, ammetto che sia stata una visione piuttosto singolare.

 

Il Castello e la sua posizione sono ancora più incantevoli, rispetto alle foto, e ovviamente l’emozione di essere lì – ribadisco dopo ben 16 anni – è stata forte.
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Della visita a Miramare, mi ha colpita l’incrociare un anziano signore, mentre andavo via. 

Perdersi in… Trieste
Era in compagnia di sua nipote e di altre persone (presumo fossero una famiglia). Era claudicante e per camminare si appoggiava ad una stampella, ma al collo aveva una reflex e negli occhi la voglia di conoscere e immortalare la bellezza del Castello dell’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo e della consorte Carlotta del Belgio. Ho guardato a lungo quel signore, l’ho accompagnato con lo sguardo fin che ho potuto.

 

L’averlo incontrato è stato un balsamo per l’anima perché mi ha insegnato che non è mai troppo tardi. C’è sempre tempo per viaggiare, scoprire, imparare. Non vi è nessun acciacco, problematica fisica che può fermarci se abbiamo dentro ancora “l’urgenza del vivere” ogni attimo, la curiosità e la voglia di conoscere.

 

Perdersi in… Trieste

Tornata nei pressi della stazione, il mio ultimo incontro è stato con un altro signore anziano, che, seduto sugli scalini di una chiesa, leggeva il giornale. Mi sono avvicinata per chiedere se sapesse il nome della chiesa, visto che, essendo chiusa, non potevo verificare e all’esterno non vi era alcuna indicazione. Non lo conosceva, purtroppo, e ha iniziato a chiedere a tutti i passanti. Mortificato  è venuto da me e mi ha detto “non lo sa nessuno. Sono proprio dispiaciuto. Peraltro, guardandola bene, ha proprio una bella facciata.” 

Ho sorriso, l’ho ringraziato per quello che aveva fatto e gli ho detto “cerchiamo il nome insieme, su google” (Santo subito, Google!). Abbiamo così scoperto che eravamo dinanzi alla parrocchia Immacolato Cuore Di Maria Missionari Clarettiani.
Ci siamo salutati e mi sono diretta in stazione.
Il mio brevissimo viaggio a Trieste è terminato così, con l’ennesimo incontro e sorriso.

Cosa mi resta della fugace visita a Trieste? Il ricordo della sua bellezza sobria e acerbamente elegante, la poesia del contemplare il mare, seduta al molo, e soprattutto il ricordo degli sguardi, ricchi di umanità, che, per me, in ogni viaggio è l’unica cosa che conta.

Beh, che dire per concludere?! Credo proprio che mi piacerebbe continuare a frequentare questo “amore 2.0” e poi, del resto, ho sempre amato le storie a distanza. 😉