Roccella Jazz, mai arrendersi

“Roccella Jazz… se non ci fosse più, tu verresti ancora a Roccella Jonica?”

È quanto a brucioapelo  mi è stato chiesto da un mio amico roccellese. Domanda spiazzante, che non mi ero mai posta per i seguenti motivi:

  1. per me, 34enne, calabrese, il Roccella Jazz – Rumori Mediterranei è sempre esistito: 36 anni di storia e di concerti. 36 anni in cui, in quell’angolo di Calabria, hanno suonato artisti di altissimo livello, pietre miliari della storia del Jazz, come Ornette Coleman, Joe Lovano, Carla Bley, Ahmad Jamal, Dave Douglas, Michel Petrucciani e molti altri. 36 anni di produzioni originali, di anteprime. 36 anni, impreziositi da “La follia: the Roccella Variations“, la danza ispano-portoghese del Cinquecento e del Seicento, reinterpretata da George Russell ed eseguita a Roccella dalla sua orchestra, della quale si è scritto in tutto il mondo.
  2. il calabrese è, si sa, ostinato e, quando si mette in testa qualcosa, come per esempio, tenere in vita un festival, nonostante numerose difficoltà, lo fa e ci riesce, anche con il mondo contro, anche quando la soluzione ideale sembrerebbe quella di chiuderlo (se avessimo lo stesso interesse anche per altri campi, sono convinta che, con la nostra ostinazione, saremmo una Regione molto diversa). Motivo per cui, per me, la chiusura non è contemplabile.

Ciò detto, dopo l’iniziale stupore, ho riflettuto su questa domanda e la mia risposta è stata: “no, non ci verrei tanto facilmente, pur amando il paese. Credo che resterei nella mia provincia a passare le vacanze.”

Il Roccella Jazz è il motivo per cui io frequento Roccella, è la ragione che mi ha fatto scoprire questa parte della costa jonica calabrese e per cui, oggi, sento un trasporto particolare. Sono numerose le persone “forestiere”, anche e soprattutto non calabresi, che, come me, sono approdate qui grazie al festival e per esso vi sono rimaste, continuando, ogni anno, a trascorrervi le ferie, godendo così del mare “bandiera blu”, del territorio ricco di storia, della sua eno-gastronomia e della musica.

Da diversi anni, il festival vive una serie di problematiche economiche di rilievo, dovute alla crisi, ai tagli alla cultura e alla difficoltà di trovare aziende interessate a sponsorizzare un evento collocato nella famigerata locride. Inoltre vi è stato e vi è un problema molto serio: la non erogazione da parte degli enti pubblici di contributi deliberati, che vengono, in base al provvedimento regolarmente emesso, spesi dai promotori per avviare la macchina organizzativa, prima ancora dello stanziamento. Contributi che, quando non elargiti, diventano così irrecuperabili e inutilizzabili per le spese già effettuate e/o per far fronte alle criticità economiche. (Al riguardo ci sarebbe molto da scrivere, ma non è questa la sede. Se, comunque, dovesse interessarvi approfondire tale aspetto vi invito a dare un’occhiata alla campagna on – line “Difendiamo Roccella Jazz” e ad ascoltare ai microfoni di Giovanni Certomà, su Radio Roccella, una voce ben più autorevole della mia, quella dell’avvocato e professore Giuseppe Rossi, un “polentone”, che ha conosciuto Roccella grazie al festival. – Per l’intervista cliccate qui. -).

La situazione suddescritta ha inevitabilmente portato tagli artistici, pubblicazione del programma a ridosso dei giorni della manifestazione, comportando l’estrema difficoltà di lavorare serenamente, comunicare in maniera efficace, di diffonderlo e, quindi, di permettere ai turisti  e agli appassionati di organizzarsi in tempo utile.

Alla luce di tali criticità, credo sia giusto ricordare e sottolineare che il festival è stato un caso eccezionale di event tourism per la Calabria, ossia il turismo in relazione all’offerta di eventi, una componente importante delle strategie di marketing turistico e territoriale, come dimostra, peraltro, lo studio effettuato dalla professoressa Sonia Ferrari, docente di marketing, dal titolo “Event marketing & marketing territoriale: il caso di Roccella Jazz”. A ciò si aggiunga che, grazie alle numerose recensioni e all’attenzione della stampa internazionale, il festival ha anche notevolmente migliorato la brand reputation del territorio, conosciuto più per i sequestri e i boss mafiosi, pardon ‘ndranghetisti, chiusi nei loro bunker chissà dove, che per il mare limpido o per i suoi borghi, tra i più belli d’Italia.

Dallo studio della professoressa Ferrari sono passati circa 10 anni, che credo, senza paura di essere smentita, siano stati i più difficili del festival, in cui è stata minata anche la sua gloriosa reputazione. Quest’anno peraltro la situazione si è aggravata con la perdita del senatore Sisinio Zito, fondatore e presidente, che era un po’ il fac totum, e anche il deus ex machina, in grado di gestire le varie circostanze e di prendersene carico.

Nonostante lo scenario ostico, le luci del Roccella Jazz si sono riaccese e hanno regalato una 36° edizione, intitolata “Sisong – Canzone per Siso, omaggio a Siso Zito”, sofferta, difficile e, nel contempo, straordinaria. Un’edizione in cui alle polemiche e agli ostacoli si sono contrapposte la tenacia del voler continuare a far vivere il festival e, soprattutto, le azioni di chi ha strenuamente creduto nella manifestazione e l’ha portata avanti, sacrificando anche le proprie ferie.

Nei miei cinque giorni al Roccella Jazz – Sisong ho, infatti, incontrato molte persone, vecchi amici e nuove conoscenze, che hanno fatto di tutto per non interrompere la storia di questa manifestazione. In loro ho visto un’umanità bella, made in Calabria, composta da persone che lavoravano volontariamente, che credevano e credono che la bellezza, le arti e la storia del festival vadano preservate, anche perché può nuovamente rappresentare uno dei volani per il turismo della zona.

Nelle mie orecchie risuonano ancora le note jazz che hanno fatto vibrare i luoghi storici di Roccella e dei paesi limitrofi, ma, soprattutto, riecheggiano  le parole, le risate, gli sguardi, le battute, di quel gruppo di persone che  si è riunito per portare avanti questo festival. Un gruppo che non ha dimenticato il “Non mi arrenderò mai! Continuerò a lavorare per migliorare il mio territorio.” che il “papà” del Roccella Jazz, Sisinio Zito, ripeteva a tutti, quasi come se fosse il suo “mantra” personale.

GRAZIE, quindi, a tutte le persone incontrate, ai direttori artistici, Vincenzo Staiano e Paola Pinchera, ai lavoratori, ai volontari del festival, ai roccellesi, o meglio ai “ruccejoti”, come si direbbe nel loro dialetto, ai musicisti, al pubblico perché è solo grazie a loro che si è potuto rivivere anche quest’anno l’alchimia del Roccella Jazz.

 

ps: un grazie speciale a Elio Carrozza, Pino Passarelli, Domenico Scali, Giovanni Certomà e sopra tutti e tutto all’instancabile e iper – preciso Pino Curtale, per aver condiviso i loro scatti e avermi permesso di raccontare su Facebook, sulla pagina ufficiale, l’edizione 2016.

Un altro grazie particolare al piccolo Alessandro Scali, 8 anni, per la sua passione e dedizione. Il primo ad arrivare alle prove e l’ultimo ad andare via, dopo i concerti. Vederlo lì, curioso, serio, attento e “innamorato”, mi ha rincuorata e mi ha convinta che vi sia ancora la possibilità di un futuro luminoso per il Roccella Jazz.

 

 

Foto copertina di Pino Curtale: la torre di Pizzofalcone che sovrasta Roccella Jonica.