Terroristi? Migranti? Rifugiati? Solo bambini

Ci sono alcune notti in cui, più che in altri momenti, mi chiedo dove siano tutti i bambini che ho incontrato nel mio viaggio a Lesbo.

Leggo degli aberranti fatti che stanno accadendo al confine tra la Grecia e la Macedonia, lì dove sono stati eretti gli ennesimi muri europei, e sento una morsa che attanaglia stomaco e cuore. Mi chiedo se i miei piccoli amici ce l’abbiano fatta ad attraversare il confine prima che chiudessero le frontiere: “Dove saranno adesso con le loro famiglie? avranno raggiunto l’agognata meta? avranno realizzato il sogno di una vita normale e lontana dalle bombe? potranno iniziare a costruirsi un futuro?”

Le nostre vite si sono sfiorate per qualche ora, a volte, per una manciata di giorni, altre, ma in me rimane indelebile il ricordo dei loro disegni, dei loro occhi e dei loro sorrisi: da Mahgdi, un bambino di sette anni che non sapeva né leggere né scrivere e con un leggero ritardo cognitivo,  a “Profumoso”, un bambino profumatissimo, che chiedeva continuamente alla mamma di pulirgli le mani con le salviettine; da Jasmine ai “fagottini” di pochissimi giorni che, con il cuore palpitante, ho tenuto in braccio; da Alì, solo un anno, che si è addormentato tra le mie braccia mentre, seduti a terra, giocavamo insieme alla sorellina più grande, ai bambini che venivano dal mare e che, appena sbarcati in Europa, ci hanno trovati con le braccia protese verso di loro, pronti ad accoglierli, a stringerli, a dire loro con lo sguardo e con il linguaggio del corpo “Adesso siete al sicuro. Il mare non può più inghiottirvi”. Erano calmi. Sapevano che eravamo lì per loro, in quel momento.

Erano, sono solo innocenti bambini, inconsapevoli vittime del meschino gioco degli adulti, chiamato guerra. E sono solo bambini quelli respinti con la forza e con i lacrimogeni ad Idomeni.
Solo bambini, che chiedono, senza gridare e senza violenza, un futuro.