“Perché sei volontaria Save the Children?”

Perché sei volontaria Save the Children?”, è la domanda che mi pongono, quando racconto la mia esperienza di volontariato presso Save, organizzazione non governativa, che si occupa dei minori e dei loro diritti.
Rispondo: “Perché ha un importante scopo umanitario e sociale, si occupa di tutelare l’infanzia e di garantirne i diritti, per la serietà e la trasparenza che dimostra. Avete mai letto il suo bilancio sociale? Perché, quando ero in campo a Lesbo per dare un mano ai bambini migranti e rifugiati, mi sono sentita protetta, vedendo la grande professionalità dei suoi operatori che lavorano nelle emergenze.

Ogni volta che do questa risposta, però, mi rendo conto che è incompleta. Manca qualcosa.

Pensa che ti ripensa mi si è accesa la lampadina: cosa facciamo quando ci innamoriamo?

Semplice!!! Elenchiamo alle amiche o agli amici tutti i motivi per cui ci piace una determinata persona, come, per esempio: ha gli occhi azzurri. È alto/a, biondo/a, intelligente, ecc… Sì, ok!  Tutto giusto, ma se ci fossimo innamorati per tali ragioni, allora avremmo dovuto infatuarci di tutti gli uomini o di tutte le donne con le stesse peculiarità e, invece, tra tanti scegliamo proprio lui o lei. Questo è un po’ quello che è successo a me con Save the Children nel 2013.
Nella mia esperienza la differenza l’hanno fatta, anche e soprattutto, le persone che ho incontrato: innanzitutto, Federica Testorio, il capo dell’unità che si occupa dei volontari, e Alessandra Tutino, la sua collaboratrice. Due donne che hanno sempre dimostrato reale interesse verso i volontari e che sanno valorizzare l’impegno, le risorse e il tempo che ognuno di noi può mettere in campo.

In tre anni, ho incontrato molte persone, sia tra i volontari sia nello staff, che mi hanno permesso di affezionarmi ancora di più all’organizzazione. La mia presenza è sempre stata abbastanza centellinata, a causa di impegni lavorativi fagocitanti, ma, ogni volta che ho potuto, ho ritagliato uno spazio per qualche attività, mettendo a disposizione le mie competenze professionali o invitando Save the Children agli eventi che organizzavo.

Il 2015, per me, è stato, come volontaria, un anno particolare. Sono stata in campo a Lesbo, con e per i bambini. Era la prima volta che Save the Children mandava in missione dei volontari ed io ho avuto la fortuna di esserci. Al mio ritorno, ho iniziato a girare l’Italia per raccontare quello che avevo vissuto, cosa avevo imparato, chi fosse Save the Chidren e cosa facesse in quei contesti.

Il 23 settembre sono stata di nuovo dinanzi a una comunità a parlare di Lesbo: ho avuto l’opportunità di poter raccontare #volontarincampo al Meeting Nazionale dei Volontari di Save the Children (23 – 25 settembre 2016, Roma). Il mio secondo meeting in tre anni, quello più sorprendente, più emotivamente forte. Sono abituata a parlare in pubblico, l’ho fatto in vari contesti e situazioni, ma quel giorno ero particolarmente emozionata, quasi in ansia: ero dinanzi all’organizzazione che mi aveva dato fiducia, scegliendo anche me, insieme ad altre 20 persone, per partire in missione ed ero, soprattutto, di fronte ad altri volontari, come me, anzi, sicuramente migliori di me. Ero a casa! Ero tra le persone che per tutto il periodo in cui siamo stati a Lesbo ci hanno sostenuto e hanno creduto in noi. Durante la presentazione,  ho voluto che “sul palco” salisse anche Graziana, una delle mie compagne in campo, volontaria Save the Children da qualche anno e presente quel giorno. Ci tenevo che ci fosse perché ciò che conta e fa la differenza è l’essere insieme.

I tre giorni sono stati ricchi di sensazioni positive, un’osmosi di esperienze, una condivisione vera e piena: ho sentito raccontare Save the Children dal suo direttore, dai suoi operatori umanitari.
Ho visto gli occhi lucidi di Michele Prosperi (ufficio stampa) e di Marco Cappuccino (responsabile di Civico 0, progetto per la protezione dei minori migranti non accompagnati), e il pathos di tutti i relatori di Save nel narrare le storie di Umanità incontrate nel loro lavoro.
Ho capito che non si è mai impermeabili alla sofferenza, al dolore e, al contempo, alla bellezza dell’Umanità, ed è forse questa la differenza di chi fa del proprio lavoro una missione e non un mero mezzo di sussistenza.
Ho visto come l’emozione può zittire anche persone loquaci come Federica Testorio, che dinanzi all’onda di energia e di entusiasmo di noi volontari, visibilmente commossa, ha dovuto passare il microfono ad Alessandra.
Ho incontrato tutti gli altri volontari, provenienti da ogni angolo d’Italia, che orgogliosamente indossano quella maglietta rossa e che, con un altissimo senso di responsabilità, lavorano per raccogliere fondi, far conoscere Save the Children oppure nei progetti italiani. Persone, cioè, che fanno qualcosa, che danno il loro contributo per sostenere la parte più indifesa dell’Umanità, i bambini e gli adolescenti.
Ho, inoltre, conosciuto nuovi aspetti di Save the Children e mi sono innamorata di altri progetti, come, per esempio, i Punti Luce, “spazi ad alta densità educativa che sorgono in quartieri svantaggiati delle città”.

Sono stati tre giorni intensi, all’insegna della solidarietà, durante i quali ho imparato tanto e ho rafforzato la convinzione che tra le cose che contano ci sono l’incontro, il confronto, lo scambio, la condivisione il, come mi ha detto Michele Prosperi, “capendo facendo” e, last but not least, il divulgare umanità.

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