Lesbo. Il saluto all’isola e il ritorno a casa

A Lesbo, la mia esperienza di volontaria di Save the Children nei campi per l’accoglienza dei minori rifugiati e migranti, allestiti nell’isola in Grecia è stata talmente intensa che è difficile sintetizzarle sia per le molteplici attività svolte sia per le emozioni vissute.

Le nostre giornate iniziavano verso le otto. Ritrovo in sala comune e da lì si andava ai campi. Ci dividevamo in due gruppi di lavoro: otto/nove di noi si recavano a Moria, gli altri quattro/cinque a Kara Tepe. Giunti a destinazione, dopo aver pulito e sistemato il Child Friendly Space (lo spazio per i bambini) e il Mother Baby Space (l’area dedicata alle puerpere e ai neonati), aprivamo le “porte” per far entrare i bambini, che, di solito, erano già lì ad aspettarci. In maniera spontanea si sedevano e noi li facevamo colorare, costruire case con i mattoncini, fare collage o giocare a palla.

Foto Graziana De Chirico

Noi eravamo lìaccanto a loro, a proporre giochi o a osservarli mentre esprimevano la loro creatività su un foglio bianco. Spesso facevamo anche dei bans (balli di gruppo) come “Alele Cicatonga”, “Hoki Poki” o l’”Austriaco felice”, che piacevano ai bambini e soprattutto li facevano ridere. Credo che fossero attirati dai motivetti cantabili, ma soprattutto dalle facce buffe che noi avevamo mentre animavamo. C’erano anche dei bambini timidi, che seppur curiosi, non si avvicinavano e rimanevano a guardarci. In questi casi eravamo noi ad andare incontro in maniera discreta, gonfiando palloncini o utilizzando le bolle di sapone. Ovviamente ci ritrovavamo, dopo due secondi, accerchiati dai piccoli che ci chiedevano “balloons, balloons”. I disegni dei bambini erano sempre pieni di colori ed era entusiasmante vederli ridere a crepapelle quando crollava la torre costruita con i mattoncini di Jenga, o vincevano a qualche gioco oppure quando osservavano le nostre smorfie da clown.

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Alcuni giorni creavamo su suggerimento dei nostri Camp Coordinator dei Mobile Child Friendly Space, cioè degli spazi gioco itineranti. Andavamo soprattutto nelle aree registrazioni per giocare con i piccoli in attesa, insieme ai loro genitori, di quel pezzo di carta “lascia passare” per l’Europa. Bastava sistemare il telone a terra, poggiarvi sopra i colori e qualche foglio per vederli arrivare incuriositi. Anche qui si riunivano bambini di tutte le età, dai dieci mesi agli adolescenti. Tutti seduti a colorare, a giocare o a scrivere poemi in una lingua a noi ovviamente incomprensibile.

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Un’altra attività che svolgevamo era la distribuzione dei pasti. Di fronte al camioncino del catering si formavano file lunghissime di persone affamate. Uomini, donne, bambini rimanevano fermi lì, di fronte a noi, in attesa che venisse loro dato da mangiare. Erano affamati, esausti, piegati da quella situazione che era un continuo ed estenuante attendere: aspettavano di essere registrati, di avere i panni puliti, di essere visitati, di avere il pasto, di andare via.

Confesso che ci sono state giornate disarmanti, dure, come quando di notte pioveva e noi pensavamo ai rifugiati e migranti che erano nelle tende o nei container al freddo e sotto l’acqua, oppure quando abbiamo incontrato bambini diversamente abili. Era lì che capivi davvero cosa significasse fare di tutto per garantire ai propri figli un futuro, andando oltre la disabilità, le difficoltà e lottando per i loro diritti.

Io, insieme a Giovanna, una delle mie compagne di viaggio, mi sono ritrovata a vivere la forte esperienza di assistere allo sbarco di un gommone . Lo abbiamo notato quando era ancora un puntino in mezzo al mare e lo abbiamo seguito fino a quando è arrivato a riva. Era angosciante rimanere in attesa, ferme, senza poter fare nulla di concreto e solo sperando che non si ribaltasse dinanzi ai nostri occhi. Erano decine di persone su un’imbarcazione che tutto era fuorché sicura. C’erano anche dei bambini molto piccoli, alcuni dei quali li ho presi in braccio per farli scendere dalla “barca”, mentre, piangendo, chiamavano la propria mamma. Dopo aver avvertito dell’imminente sbarco, sono arrivati numerosi volontari e il pullman dell’ UNHCR.

Nel viaggio sull’Isola di Lesbo ho imparato molte cose: dai bambini cosa significhi davvero resilienza, sorridere sempre e comunque, e avere nello sguardo il futuro; dai rifugiati e migranti cosa voglia dire lottare per la sopravvivenza, innanzitutto, per la vita, dopo; da Save the Children come si lavora in gruppo, in reali contesti di emergenza e crisi. Ho anche capito che esiste una lingua comune, che abbatte le barriere, che è quella che esprimi attraverso il linguaggio del corpo e con gli occhi. Ho lasciato, inoltre, che l’Umanità mi sorprendesse ancora una volta ed ho conosciuto il vero significato della “Pietas” latina.

Non dimenticherò mai le storie ascoltate e gli sguardi incrociati, tra essi conserverò maggiormente nel cuore quelli degli adolescenti, piccoli uomini e piccole donne. Ci guardavano dubbiosi. Si sentivano troppo grandi per mettersi a giocare, ma in realtà erano e sono ancora troppo giovani per non farlo. Bastava che prestassimo loro un po’ di attenzione, che li facessimo sentire accolti per vederli giocare a palla, disegnare o farsi fare il face painting.

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Sono loro che maggiormente mi hanno squarciato l’anima con i loro occhi pieni di malinconia e con la voglia di futuro. Sono loro che, più dei bambini, ricorderanno da cosa scappano. È la loro la generazione che, più di ogni altra, porterà i segni di una guerra che non le appartiene. Sono loro che sentivo avessero maggiore bisogno di attimi di spensieratezza e leggerezza. Sono loro che mi hanno abbracciata talmente forte da non avere più fiato, che mi hanno scritto in arabo un augurio affinché il mio futuro fosse sereno e che mi hanno ringraziata guardandomi intensamente negli occhi.

Sono tornata a Roma, in subbuglio emotivo sì, ma anche e soprattutto con un caleidoscopio di emozioni ancora più variopinto. Sono rientrata dicendo “grazie”.

Grazie a TUTTE le persone di Save the Children per questa opportunità e a Luca Muzi per aver raccontato, con la sua telecamera, la nostra esperienza.

Grazie ai miei compagni Anna, Camilla, Chiara, Federica, Gabriele, Giovanna, Graziana, Lella, Michele, Paola, Fulvia, Theresa per queste settimane insieme. Senza di loro mi sento oggi un po’ incompleta, ma grazie a loro sono e sarò più piena.

Grazie a chi mi è stato accanto, pur a distanza.

Grazie ad ogni persona, rifugiata e migrante, e bambino incontrato per tutte le volte che hanno riso con me, che mi hanno abbracciata, che mi hanno ringraziata o detto “I love Carmen”.

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